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Formazione dei Manutentori

La nostra associazione di manutenzione, ha avviato una indagine sui fabbisogni formativi per il personale addetto alla manutenzione, nell’attesa di una improbabile ondata di risposte, poiché il problema esiste ed è tosto, vorrei cogliere lo spunto per fare alcune riflessioni.

Da diversi anni, nei convegni che spesso organizziamo c’è sempre almeno un relatore che interviene sul tema della formazione. Sia per descriverne i contorni, sia per lamentare la carenza formativa del personale addetto la quale, per la frequenza con cui viene esposta,  si direbbe diventata un vero problema nazionale.

Il punto è che come la società nel suo insieme, anche la manutenzione si è profondamente trasformata, superata la boa dell’anno 2000 i paradigmi formativi che hanno retto in passato richiedono ora un indispensabile ripensamento.

Per capire le esigenze formative dei manutentori, è necessario partire dai requisiti che oggi sono richiesti ad una buona manutenzione.

A questo proposito si segnala il ridimensionamento, quando non la scomparsa, dei metodi di riparazione tipici della manutenzione anni ’70-80. Tecniche di riporto, ricostruzioni di parti usando le macchine operatrici, ricambi prodotti “al volo” e su misura, sono pratiche poco raccomandabili dove è richiesta una elevata affidabilità, dove l’intervento deve riportare il componente o la funzione “buona come nuova”, dove il costo del lavoro è aumentato molto più velocemente che non i ricambi.

Se si esclude la carpenteria e particolari settori dove si fa largo uso di interventi tampone (il cosiddetto “dépannage”), la gran parte degli interventi di sostituzione o riparazione prevedono l’uso di ricambi di acquisto o, se fabbricati a disegno, realizzati da società specializzate che, per rimanere nell’ambito della meccanica, realizzano il pezzo, provvedono ai trattamenti termici e garantiscono un livello di qualità degno di questo nome.

La crescente complessità dei sistemi, poi, ha portato a semplificare le azioni manutentive, facendo eseguire ai manutentori più frequentemente sostituzioni di moduli anziché riparazioni. La cosiddetta “black box”, si alza costantemente di livello fino a raggiungere la funzione o addirittura il sistema, se molto serializzato ed economico (vedi telefoni cellulari, piccoli motori elettrici, ecc.).

Sul piano organizzativo ciò si traduce nel ricercare sempre più la polivalenza del manutentore piuttosto che la specializzazione. Un’esperienza sul sistema e sulla tecnologia, piuttosto che di mestiere. Nella cinetica della manutenzione contemporanea polivalenza significa tempestività, una qualità sempre più richiesta.

Da queste premesse, come si qualifica il manutentore d’oggi?

Si dovrà prendere atto, non senza un certo stupore, che tra i requisiti principali le conoscenze manutentive occupano l’ultima posizione: manutenzione, infatti, è soprattutto ciò che avviene prima, e se possibile per evitare l’azione manutentiva, non durante lo svolgimento dell’intervento.

L’operatore polivalente, come lo specialista elettrico o meccanico (per citare i più diffusi) dovranno avere una buona conoscenza di base del loro campo applicativo. L’elettrico-elettronico dovrà partire dalla legge di Ohm, dai circuiti elettrici e da tutto l’armamentario che fa parte del dominio della elettrotecnica e dell’elettronica, non necessariamente finalizzato alla manutenzione. Parimenti il meccanico dovrà conoscere le regole di disegno, le tolleranze, i sistemi di montaggio e smontaggio dei componenti, e tutto ciò che fa parte del dominio della meccanica. Il manutentore preferibilmente, quale primo requisito, dovrebbe essere diplomato in queste aree di competenza.

L’operatore polivalente dovrà poi puntare ad una buona conoscenza delle tecnologie impiegate nei sistemi a lui affidati, mentre lo specialista dovrà ulteriormente approfondire il proprio dominio di competenza.
L’esecuzione di un intervento di riparazione o revisione di un sistema presuppone la comprensione dei meccanismi che interagendo fra loro danno vita alle funzioni del sistema. Durante l’intervento, queste competenze sono essenziali per la qualità dell’azione manutentiva.

Quindi i manutentori che dovranno occuparsi di impianti per la produzione della pasta, dovranno conoscere questa tecnologia, così nelle acciaierie chi si occuperà di laminatoio, nell’industria chimica chi si occuperà di reattori, miscelatori e quant’altro.

Privo di una buona conoscenza tecnologica, il manutentore non saprebbe proprio dove mettere le mani, anche conoscendo le politiche di manutenzione e la curva a vasca da bagno.
Proprio per questo, la cultura manutentiva, è l’ultimo passo in questo iter formativo, ultimo anche in ordine di importanza.

D’altronde per quanto nelle aziende più avvedute vi siano meccanismi di delega piuttosto accentuati verso gli operatori di manutenzione, essi non arriveranno fino alla scelta di alternative di impianto, piuttosto che la definizione del budget di manutenzione, o la messa a punto dei metodi e delle tecniche diagnostiche più opportune nel contesto operativo.

Le deleghe in questione, cioè, si spingono fino alle scelte che il manutentore deve poter compiere in autonomia durante l’intervento (per ragioni di tempestività) e non in altri ambiti.

Ci sarà pur sempre bisogno di un responsabile di manutenzione e, se le dimensioni del servizio lo consentono, di un ingegnere di manutenzione. L’idea che tutti sappiano fare tutto non aiuta certo a progettare percorsi formativi.

Ecco perché il livello di cultura manutentiva che deve apprendere l’operatore di manutenzione, si limita necessariamente alle basi fondamentali della materia, nulla di più.

In altre parole se penso ad una scuola ideale per formare operatori di manutenzione provetti, non penso ad una scuola specializzata in manutenzione (necessaria invece per l’ingegneria di manutenzione), ma penso piuttosto a qualcosa che assomiglia ad un istituto tecnico industriale e/o professionale.

Naturalmente poiché si tratta di formazione continua durante la vita lavorativa, una volta individuati i gap formativi, l’istruzione si concentrerà sulle materie professionali trascurando le materie umanistiche e scientifiche presenti invece negli istituti tecnici.

Solo nel momento in cui questa formazione di base ha successo ed è stata ben assimilata è possibile passare ad una formazioni mirata al sistema da mantenere ed alle tecnologie in esso contenute.

L’erogazione della formazione tecnologica richiede da un lato la collaborazione delle aziende costruttrici del macchinario, ma anche molta formazione interna svolta dei colleghi di lavoro più esperti o dai responsabili tecnici delle diverse unità.

Credo che solo una sapiente miscela di queste due fonti di sapere potrà portare dei vantaggi realmente duraturi. Affidare la formazione tecnologica esclusivamente al costruttore del macchinario, porterebbe ad una eccessiva focalizzazione sul processo trascurando il prodotto, viceversa affidare la formazione al solo personale interno porterebbe ad una eccessiva enfasi sul prodotto, rischiando di perpetuare errate concezioni riguardanti il processo.

Ovviamente non bisogna generalizzare, ma ciascuna situazione va valutata caso per caso, utilizzando il mix più idoneo di formatori in relazione alla storia dell’azienda e agli obiettivi prefissati.

Alla fine di questo iter, qualche ora passata ad apprendere i pilastri fondamentali della cultura manutentiva, renderà più facile ai manutentori indagare su possibili soluzioni migliorative e soprattutto essi potranno fornire migliori indicazioni ai progettisti delle eventuali modifiche.

Quanto al processo diagnostico e alla cosiddetta “caccia ai guasti” compresa la “tensione” verso la loro eliminazione, sarà certo più di aiuto al manutentore una buona conoscenza del processo e della tecnologia che non costrutti teorici di ingegneria di manutenzione.

Nella realtà operativa le carenze più macroscopiche di cui si è riferito all’inizio, si riscontrano maggiormente nelle conoscenze di base inerenti il proprio dominio scientifico (meccanico, elettrico, elettronico, etc.), tali carenze sono in presa diretta sulla qualità del lavoro svolto.

Un’altra conoscenza di base necessaria a qualunque tecnico, ma spesso carente nei manutentori, riguarda le misure.

Il manutentore è costretto nel suo lavoro ad eseguire continuamente misure e a trarre conseguenze pratiche e operative da una loro valutazione. Se queste misure non sono rilevate “a regola d’arte” le conseguenze sull’azione manutentiva sono facilmente immaginabili.

Per concludere l’insegnamento agli operatori di manutenzione è una questione complessa, ben più che l’insegnamento dell’ingegneria di manutenzione, oggi sufficientemente diffusa nelle università. Il carattere multidisciplinare e scientifico delle competenze necessarie agli operatori di manutenzione richiede la messa a punto di iter formativi ben calibrati ed il concorso di una molteplicità di attori, dove la scuola manutentiva viene solo all’ultimo posto.

Maurizio Cattaneo
Ancona, 29 Settembre 2007